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Perché tutti odiano l'arte contemporanea?

Il rapporto tra l'arte contemporanea e il suo pubblico va oltre il classico commento "anche un bambino potrebbe fare questa roba."

Théophile Pillault

Théophile Pillault

Paul McCarthy, Complex Pile, Hong Kong nel 2013 Il rapporto tra arte contemporanea e grande pubblico è la classica storia d’amore impossibile, che va ben oltre il classico commento "mia figlia potrebbe fare questa roba in cinque minuti."

Come si è arrivati a questa situazione? Cosa ha reso le espressioni artistiche contemporanee così indigeste per la massa? Esistono mille buone ragioni. Ve ne elenchiamo giusto qualcuna che abbiamo raggruppato con inalterato affetto e altrettanto fastidio.

2014, estratto di un testo di Jean-Claude Philipot.

Perché l'arte contemporanea si allinea alla violenza della società contemporanea

E non fa nulla per combatterla. Secondo Nathalie Heinich, specialista in arte contemporanea che ha studiato da Pierre Bourdieu e dirige la ricerca presso il CNRS, "l'arte contemporanea gioca su livelli che non riguardano esclusivamente la natura delle opere stesse. Qui entra in gioco il concetto di paradigma, un insieme di convenzioni condivise da tutti in un dato momento storico che riguardano un ambito specifico." Ma quale paradigma possiamo adottare per un artista come Murakami ? O per Jeff Koons e le sue opere a tema Cicciolina? Le opere, gli autori, le istituzioni, Kanye West: sembra che  tutta l’arte contemporanea abbia smarrito il proprio spirito dentro un immenso centro commerciale, il simbolo per eccellenza dell’oppressione e questa rottura non può che causa l’indignazione di molte persone.

Una manifestante che protesta fuori dalla mostra di Takashi Murakami a Versailles nel 2010.

Perché l'arte contemporanea ha ucciso il lavoro

Finanziare la creazione artistica è una preoccupazione borghese. E ciò che caratterizza maggiormente la borghesia non è tanto il denaro, quanto il cinismo. Detto questo, nessuno è più cinico dei nostri contemporanei. Al giorno d’oggi il sistema dei valori compie il giro completo su se stesso a una velocità inaudita. L’arte contemporanea e il suo pubblico nascondono una forza terribile in grado di macinare tutto: tanto le buone idee, quanto quelle pessime o le eventuali spinte sovversive. Un vortice in grado di passare sopra al bello, all'impegno politico, alle nuove esperienze, alle tradizioni o ai loro superamenti. Un torrente in piena, un ritorno allo stato fecale. Le mille sfumature della pittura ad olio? Il meticoloso lavoro incisione di un’acqua forte? La patina che si forma sul bronzo? I contemporanei se ne fottono delle tecniche utilizzate per produrre le opere, quindi del lavoro e della fatica che sono costate. Per chi viene dalle classi più disagiate, dalla classe media sempre più impoverita è molto difficile farsi affascinare dall'insolenza di opere generate da un esercito di assistenti al servizio di creativi da loft newyorkese che si esprimono creativamente attraverso suggerimenti molto vaghi: "cari, questa notte ho sognato un barboncino dentro un palloncino viola metallizzato. Al lavoro ragazzi."

Perché gli operatori del mercato dell'arte pensano di essere divinità scese in terra...

E come con Dio, l'arte contemporanea fa a meno della vostra esistenza. Non ha né voglia, né bisogno di voi. Collezionisti, fiere d'arte, commercianti, curatori, gallerie, strumenti di mediazione utili solo a se stessi... Come in Avatar, l'arte contemporanea è un ecosistema autonomo, in grado di prosperare senza bisogno di nessun pubblico. Con la recente ascesa delle scene di Hong Kong, della Russia, del Qatar o del Brasile, ha dimostrato di sapersi rimodellare e rigenerare da sola. Non lo fa per voi. E questo, non può che fare incazzare molto, è inevitabile.

Ad Reinhardt, How to Look at Modern Art, 1946

E Dio non vi ama

Staccandosi dalla corrente classica e moderna, l'arte contemporanea si è rinchiusa in una nicchia specializzata che non ha alcun bisogno di voi. O meglio: non vi vuole. Fin dall'inizio del movimento, le opere contemporanee sono state accompagnate da un certi discorsi. Discorsi che possono diventare anche molto complicati, a volte incomprensibili o in certi casi addirittura esoterici. Tutto questo allo scopo servire il messaggio delle opere al meglio direte voi. Spesso è stato così. Ma questa ricca narrazione svolge anche una seconda funzione: non consentire proprio a chiunque di entrare a far parte del club. Questo divario linguistico evita che tutta una serie di prodotti entrino in contatto con la massa del pubblico non iniziato, che ignora o non è abbastanza informato su certi discorsi per affrontare a dovere l’arte del commento e dell’interpretazione. Perché l’arte contemporanea muore

All’inizio, l’arte contemporanea è nata come una forma di protesta. Un rifiuto del diktat del bello, una rottura con l’idea di armoniosità data dall’accademia. Oggi, la rivoluzione ha ingerito i suoi ribelli. Degli oltre 50.000 artisti che fanno parte della categoria, soltanto dieci si spartiscono più di un terzo dei soldi mondiali stanziati per l’arte. Da Espahan al Messico, passando per Portland, i quaderni delle lamentele di un’arte viva, laboratorista, di un’arte del contemporaneo soccombono di fronte alla rivoluzione conservatrice di Peter Doig, Richard Prince, Zeng Fanzhi, Christopher Wool et François Pinault.

Zahia alla FIAC 2014 davanti a un’opera di Murakami, ancora lui.

Perché un “ambiente per pochi eletti”

Una nuova generazione sta emergendo, è vero, ma occorre fare attenzione. Lo strano incremento degli iscritti alle accademie di arte è allarmante. Molti degli iscritti sembrano più interessati a raggiungere lo status di artista che all’arte in sé. Uno stato, una posizione sociale il cui portale d’accesso è illuminato dalle teste coronate dell’arte globale – erette da veri e propri artisti internazionali – dall’attenzione dei media e dal self-marketing piuttosto che da promesse concrete di finanziamenti pubblici o privati, Il famoso quarto d’ora di notorietà riguarda allo stesso modo i mestieri del cinema, del giornalismo e della fotografia, ma la verità è fatta di precarietà, abbandono e pentimento. Quindi prudenza: quella artistica è, e resterà, una scena per pochi eletti.